sabato, febbraio 07, 2009

Indovina chi non è venuto a cena oggi

Non riusciva a toglierselo dalla mente: nonostante tutto l’impegno che ci mettesse, il tempo impiegato in tutte le possibili attività che le si presentavano davanti, le ore spese in compagnia di amici, il suo ricordo le faceva ancora un male cane.
Rosa era riuscita ad arrivare alle soglie dei cinquant’anni, con due matrimoni e un grande amore alle spalle, convinta di non aver mai sofferto per davvero. Aveva la sensazione che le cose più brutte che agli altri capitavano le erano state risparmiate, e che le sofferenze che la vita le aveva riservato erano l’inevitabile prezzo che tutti gli uomini dovevano pagare in cambio delle possibilità che gli venivano offerte. Non c’era nulla di irrazionale ed inspiegabile nella sua vita, guardando al suo passato remoto e recente tutto sembrava avere una spiegazione, una motivazione, sentiva che ogni singolo evento della sua vita non potesse mancare senza che questo significasse rinunciare ad una parte profonda di se.
Questo fino all’arrivo di quel cane bastardo, arrivato davanti a lei con occhi tristi e feriti, e andato via senza una ragione. O perlomeno senza una spiegazione sufficientemente razionale in grado di farle accettare la sua assenza.
Con i suoi uomini Rosa aveva sempre parlato tanto, tantissimo, fino a conoscerli così profondamente da arrivare a smettere di amarli. La morte del suo secondo marito era l’esempio perfetto di come lei aveva vissuto i suoi sentimenti durante tutta la sua vita. Più vecchio di lei di vent’anni, aveva sempre saputo che sarebbe morto lasciandola vedova piuttosto giovane, ed era riuscita con metodo scientifico ad amarlo ogni giorno di meno dal giorno in cui lui si era ammalato, una malattia lenta e degenerativa, ma che le aveva permesso di abituarsi in maniera perfettamente razionale all’inevitabile fine.
Non avevano smesso di parlare, di starsi vicini uno all’altro, continuavano a condividere idee, svaghi e ricordi: lei era una donna incapace di tradire e ferire, e mentre all’esterno continuava ad avere un atteggiamento affettuoso e quasi materno, dentro di lei lavorava affinché la morte non arrivasse a sconvolgere nulla del suo equilibrio. In effetti l’appartamento nel quale abitava da sola già da qualche anno non aveva nulla ne’ di quei musei alla memoria costruite da persone un tempo felici che avevano perso qualcuno di caro ed erano diventate maniache dei loro ricordi, ne’ di quelle case ridotte a squallide topaie da sopravvissuti che non avevano retto il peso del dolore. Era un appartamento abitato e tenuto con cura da una persona senza alcuna particolare mania, e dove il senso di pulizia che emanava invece di inquietare ispirava una certa serenità e piacere di vivere rimasto intatto nonostante il passare degli anni. Non che Rosa non soffrisse per la perdita, o non avesse passato nottate di disperazione, ma aveva sempre avuto coscienza che queste sarebbero prima o poi finite, e lei sarebbe tornata a vivere.
Tutto era razionale, lineare, semplice. Ma tutto era finito ora che non riusciva davvero a capacitarsi di quello che era successo. Si svegliava chiedendosi se qualcosa che avesse fatto lo avesse fatto fuggire, se magari l’ultimo pranzo non era stato di suo gradimento, o se quella sera tornando stanca dal lavoro non era stata sufficientemente affettuosa. Aveva istinti di rabbia verso quel cane, voleva chiamare qualche sua amica e sfogarsi, ma ogni volta si fermava. Non poteva farlo, non si era sfogata con nessuna quando era morto il marito, e dichiarare di stare male per una cosa del genere era troppo da far accettare anche alle persone a lei più care. Chi poteva capire? Chi poteva capirla? Lei, amante del dialogo, dell’intelligenza, della bellezza, aveva dato da mangiare ad un pastore tedesco trovato davanti al suo giardino. Una sera, la sera successiva, per una settimana. Poi l’aveva accarezzato. Coccolato. Portato dal veterinario, ed infine, fatto entrare in casa, e alla fine era diventata una presenza silenziosa e fedele. Per lei era un’abitudine, più che un cane domestico a cui voler bene, non gli aveva neanche dato un nome. Gli dava da mangiare, lo faceva sedere ai suoi piedi mentre leggeva o scriveva la sera. Furono gli ultimi ricordi felici sul suo letto di morte.


P.S. Mi dispiace non riuscire più a scrivere sul blog, ma sono troppo impegnato a fare con consapevolezza e precisione scientifica scelte che mi rendono infelice.

3 commenti:

iammyr ha detto...

krapp!!! come scelte che ti rendono infelice? nn le fare krapp...finchè sei in tempo. nn ti fare influenzare dall'idea di vita che la società impone a tutti: ognuno ha la propria scala di cose importanti e solo rispettandola si è felici...anche senza farsi la villona-americanata che si vede nei film ;)

(sperando di aver detto cose sensate ehehee bybbb ;p )

SunOfYork ha detto...

muoviti ad aggiornare sto cacchio di blog anzichè ciarlare di infelicità

sun

Anonimo ha detto...
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