martedì, marzo 17, 2015

The Rise and Fall of a Roman Circle

Si dice che quando cadde l'Impero Romano d'Occidente i contemporanei non si siano accorti dell'evento storico, e hanno continuato a considerare Roma come la capitale di un impero che nei fatti non c'era già più. Come se il fatto stesso che esistesse Roma implicasse che esistesse l'impero.
Per me è più o meno la stessa cosa con il Circolo degli Artisti, deposto, pardon sequestrato e chiuso al termine di una serie di eventi che ne avevano causato un progressivo declino. L'idea che possa esistere una Roma senza Circolo degli Artisti è per me inimmaginabile, è un concetto quasi astratto. A Roma c'è il Circolo degli Artisti, come c'è la Fontana di Trevi o a Parigi c'è la Torre Eiffel.
Per carità, la capitale sarà piena  di posti dove si può ascoltare musica per tutti i gusti, ma il Circolo era semplicemente il posto dove le vite dei musicisti si incrociavano con le vite degli ascoltatori entrando a far parte della storia personale delle persone che lo animavano. E questo sia nelle serate più deserte sia in quelle affollatissime dove il concerto era solo una scusa per passare il post a bere nell'accogliente giardino. Un giardino dove qualche temerario un'estate decise di costruirci una piscina, e che appunto durò lo spazio di un'estate prima di essere cementata e consegnata ai ricordi e agli aneddoti. La prima volta in assoluto che andai al Circolo, per dirne una, arrivai così in ritardo che il concerto dei Calibro 35 era già finito...ma finii la serata a prendermi una birra con l'allora chitarrista di Benvegnù, e nel giardino gigioneggiava il bassista degli After. Era la vigilia del primo maggio, e il circolo era il posto dove l'anima del rock indipendente italiano andava a sentirsi importante prima del giorno in cui avrebbero suonato alle 4 del pomeriggio davanti ad una folla arrivata lì solo ed esclusivamente per Vasco Rossi. Al concerto dopo ero preparato all'impossibilità di parcheggiare dalle parti di via casilina, e arrivai così puntuale che passai un'ora da solo ad aspettare qualcuno che conoscessi e un'altra ora ad aspettare che la band iniziasse a suonare, ma quella serata era solo l'inizio della mi storia con il Circolo. Una storia fatta di concerti e momenti meravigliosi che preferisco non citare dato che ogni volta che varcavo quella porta c'era sempre un momento speciale che poteva rimanere impresso nella mia mente. Ironia della sorte, l'ultima volto che ho visto quel cancello era chiuso, una serata di luglio in cui lo andai a salutare per l'ultima volta prima di lasciare una città che non avevo mai amato se non per quel circoletto ai margini del Pigneto. E ora, a quanto pare, quelle porte sono chiuse per tutti, chissà se definitivamente...la speranza è che quello spazio non rimanga abbandonato ma possa fiorire ad una vita, magari diversa, ma che sappia accogliere sia gli artisti che quelli che di arte si nutrono.


(Non posso fare a meno di pensare che Emidio Clementi abbia scritto la sua "Fausto" al termine di questa memorabile serata)

domenica, settembre 21, 2014

The last of the rockstar

Rispolvero questo Blog perchè sono stato stuzzicato da qualcosa che non avveniva da moltissimo tempo: un evento musicale che facesse discutere un po' di miei contatti su facebook.
L'evento in questione è l'uscita del nuovo disco degli U2, e lasciatemelo dire, il fatto che questo sia un argomento già vecchio dopo neanche due settimane dall'uscita del disco mette in luce un punto fondamentale: non è più tempo per la musica come l'abbiamo intesa quando eravamo ragazzini, quando un nuovo CD della band che amavamo era un punto fermo che ci accompagnava per mesi, ogni nota catalizzava la nostra attenzione alla ricerca di chissà quale significato salvifico e messianico che custodivamo gelosamente per noi e che al massimo condividevamo un anno dopo nel momento del concerto. Oggi, tre ore dopo la deposizione coatta nelle nostre libreri itunes delle 11 tracce c'era già sul web una tale mole di opinioni scritte che neanche un anno dopo la pubblicazione di Joshua Three.
Ma quello che voglio fare non è parlare di questo disco, un po' perchè l'ho ascoltato una sola volta in modo sostanzialmente disinteressato, un po' perchè non è un argomento interessante in se. Quello che mi interessa capire, o almeno provare a farlo, è come siamo arrivati a questo punto, e sopratutto da quando: Where (o meglio ancora when) did it all goes wrong?
E allora se proprio devo provare a fissare una data, beh, non posso che fissarla in quegli anni che anticipano l'uscita di All That You Can't Leave Behind, il disco che molti indicano come l'inizio della definitiva parabola discendente di una band che negli anni '80 era stata creatrice di un suono e di uno stile personalissimo, negli anni '90 aveva provato (con più o meno successo) a seguire il suono di moda in quegli anni per restare al centro della scena musicale, e che nel nuovo millennio si è semplicemente arresa al fatto che il rock era destinato ad essere superato dalla storia. Ma si sa, i geni vedono le cose prima degli altri, e così gli U2, al termine di una delle canzoni più intime e piccoloborghesi che hanno mai scritto (Kite), piazzano un finale lapidario e che sembra buttato lì senza troppo criterio:
"The last of the rocks stars
When hip-hop drove the big cars
In the time when new media
Was the big idea
What was the big idea"

Ora, io non so se questo pezzo vi piacque all'epoca o magari lo rivalutate oggi che avete 15 anni di più e portate i vostri figli sulla spiaggia a giocare con l'aquilone, ma quello che è assolutamente evidente è che Bono abbia previsto con incredibile lucidità quello che è successo negli anni successivi, e l'ha fatto con dei versi scritti dopo un'ode alle cose piccole ed insignificanti, che sono le uniche cose che non cambiano anche quando le società (e il costume con esso) mutano o addirittura si rivoluzionano. E qui vengo al punto, che poi è il punto fondamentale: in questi anni che ci separano da ATYCLB è avvenuta la più grande mutazione del gusto e delle abitudini d'ascolto nel mondo della musica di massa mai avvenuta dai tempi dell'invenzione del rock sul finire degli anni '50. Così come allora il rock divenne l'interprete totale della (contro)cultura, facendo diventare improvvisamente vecchio tutto quello che c'era stato fino ad allora, ora dobbiamo rassegnarci che la musica che rappresenta il presente non potrà più essere il rock, ma sarà quel miscuglio fervido di idee, contaminazioni, inbastardimenti, ferocia e fame che è oggi il rap (o in qualunque modo lo vogliate chiamare, e il fatto che non abbia un nome preciso è indice di qualcosa in fortissimo movimento a differenza delle cristallizatissime strutture del rock), e che noi con tutti gli sforzi che possiamo provare a fare, non potremo mai davvero capire. Pensateci, è esattamente la stessa situazione in cui si sono trovati i nostri nonni che, non solo non hanno mai capito Bob Dylan o in Jimi Hendrix, ma non riuscivano a capire che neanche i più popolari Dik Dik o Equipe 84 ascoltati dai nostri padri.
Mi piacerebbe avere il tempo di fare un'analisi molto più approfondita di questo tema, che nasce dall'osservazione del fatto che ai concerti rock vedo sempre meno gente giovane per arrivare alla conclusione che sopratutto il rock è oramai una faccenda riservata ad una fascia ristrettissima di popolazione mondiale: bianchi benestanti tendenzialmente maschi. Ma ehy, stiamo parlando dello stesso target dei prodotti Apple! E così gli U2, che restano sempre dei geni (vedi sopra), questa volta invece che 5 versi rassegnati hanno provato a trovare una soluzione per invertire la rotta della storia, per trovare un modo per tornare ad essere significativi e rappresentativi nel mondo musicale, dimenticando che oramai, anche l'ultimo disco di quello che è il più importante gruppo della storia recente del rock (i Radiohead) è stato un fenomeno marginale e marginalizzato all'interno dei grandi numeri di una musica oramai completamente differente. E per farlo si sono rivolti a quella fascia di mercato a cui ancora possono sperare di rivolgersi.
Ce l'hanno fatta? Ovviamente no, anche perchè non avevano davvero alcuna speranza di farcela, perchè contro la storia non si può andare, si può solo provare a fermare il declino. I romani hanno creato un impero ad oriente rinunciando alla culla dello splendore originario e sono sopravvissuti altri mille anni, la domanda da porre oggi è : per quanto tempo riuscirà a sopravvivere ancora questo vecchio e degradato impero che è il rock made in 2010s ?

martedì, luglio 26, 2011

Elenco delle cose che avrei voluto fare a Roma...e non ho fatto

Fare la via Appia antica in bicicletta
Dare un appuntamento ad una ragazza a campo dei fiori
Iscrivermi ad un corso che a Bari non c'è (tipo tecnico del suono)
Rimorchiare una turista
Conoscere le viuzze di Trastevere come le mie tasche
Frequentare il cineclub Detour
Amare la città
Entrare a cinecittà
Conoscere Morissey
Vedere un concerto di Morissey
Essere felice

(anche questo elenco verrà aggiornato prima che sia troppo tardi)



lunedì, luglio 25, 2011

Elenco delle cose che avrei voluto fare a Roma...e ho fatto

Diventare un frequentatore abituale del circolo degli artisti
Fare il lungotevere in bici
Andare ai castelli
Vedere i Notwist dal vivo
Saper distinguere una buona carbonara da una così così
Sapermi orientare a San Lorenzo
Avere una trattoria di fiducia
Fare trasferte all'estero

(verrà aggiornato man mano che mi verranno altre in mente)

sabato, settembre 05, 2009

"Per sempre" (che fondamentalmente è uguale a "mai")

More about L' amore degli adulti

La prima volta che ho sentito parlare di questa raccolta di racconti risale a circa di dieci anni fa, probabilmente in occasione della sua ristampa in edizione economica. In quel periodo quelli che vivevo erano l'esatto contrario degli Amori degli adulti, eppure ricordo perfettamente che il titolo del libro mi colpì moltissimo, complice anche una recensione di Ivano Fossati che all'epoca stavo scoprendo come cantautore e che oggi compare in quarta di copertina.
Per anni ho dimenticato questo libro, che è ricomparso magicamente seguendo i meccanismi della navigazione libera tra blog, social network e così via.
Nel frattempo queste magnifiche storie non sono invecchiate, mentre sono invecchiato io, ed è stato un po' come quando da bambini si diceva alla cuginetta di 10 anni più "Aspettami, che quando cresco ti sposo". Solo che la cuginetta non ha aspettato, è inevitabilmente invecchiata, mentre i protagonisti di queste storie mi hanno pazientemente aspettato in attesa che iniziassi a vivere anche io gli amori degli adulti. Che non sono meno intensi, meno distruttivi, meno portatori di felicità, gioia, malinconia e pazzia di quelli degli adolescenti, anzi, in queste storie ci sono momenti di vera disperazione (Il redattore), attese infinite (L'amore degli adulti), condivisione (Molonat), solitudine (Un uomo perbene), cambi repentini di vita (Un segreto), e tutta l'ampia gamma di sentimenti che un amore può portare.
L'unica vera differenza è che questi personaggi vivono l'amore come una esperienza non nuova, qualcosa che hanno già affrontato in passato, e qualunque sia il loro coinvolgimento nelle storie d'amore che stanno vivendo non hanno mai quella sensazione tipica dell'innamoramento adolescenziale che l'altro sia "tutto, dappertutto e per sempre". Questo confronto ha sicuramente il suo apice in "Formitrol", simbolicamente messo in coda alla raccolta, e che come in un viaggio nel tempo da una seconda occasione ad un uomo oramai maturo di rivivere una storia d'amore che non aveva avuto il coraggio di prendersi quando era adolescente. Che è un po' quello che è avvenuto tra me e questo libro, che probabilmente non è un capolavoro assoluto, ma è uno di quelli che mi resterà a lungo addosso.

sabato, febbraio 07, 2009

Indovina chi non è venuto a cena oggi

Non riusciva a toglierselo dalla mente: nonostante tutto l’impegno che ci mettesse, il tempo impiegato in tutte le possibili attività che le si presentavano davanti, le ore spese in compagnia di amici, il suo ricordo le faceva ancora un male cane.
Rosa era riuscita ad arrivare alle soglie dei cinquant’anni, con due matrimoni e un grande amore alle spalle, convinta di non aver mai sofferto per davvero. Aveva la sensazione che le cose più brutte che agli altri capitavano le erano state risparmiate, e che le sofferenze che la vita le aveva riservato erano l’inevitabile prezzo che tutti gli uomini dovevano pagare in cambio delle possibilità che gli venivano offerte. Non c’era nulla di irrazionale ed inspiegabile nella sua vita, guardando al suo passato remoto e recente tutto sembrava avere una spiegazione, una motivazione, sentiva che ogni singolo evento della sua vita non potesse mancare senza che questo significasse rinunciare ad una parte profonda di se.
Questo fino all’arrivo di quel cane bastardo, arrivato davanti a lei con occhi tristi e feriti, e andato via senza una ragione. O perlomeno senza una spiegazione sufficientemente razionale in grado di farle accettare la sua assenza.
Con i suoi uomini Rosa aveva sempre parlato tanto, tantissimo, fino a conoscerli così profondamente da arrivare a smettere di amarli. La morte del suo secondo marito era l’esempio perfetto di come lei aveva vissuto i suoi sentimenti durante tutta la sua vita. Più vecchio di lei di vent’anni, aveva sempre saputo che sarebbe morto lasciandola vedova piuttosto giovane, ed era riuscita con metodo scientifico ad amarlo ogni giorno di meno dal giorno in cui lui si era ammalato, una malattia lenta e degenerativa, ma che le aveva permesso di abituarsi in maniera perfettamente razionale all’inevitabile fine.
Non avevano smesso di parlare, di starsi vicini uno all’altro, continuavano a condividere idee, svaghi e ricordi: lei era una donna incapace di tradire e ferire, e mentre all’esterno continuava ad avere un atteggiamento affettuoso e quasi materno, dentro di lei lavorava affinché la morte non arrivasse a sconvolgere nulla del suo equilibrio. In effetti l’appartamento nel quale abitava da sola già da qualche anno non aveva nulla ne’ di quei musei alla memoria costruite da persone un tempo felici che avevano perso qualcuno di caro ed erano diventate maniache dei loro ricordi, ne’ di quelle case ridotte a squallide topaie da sopravvissuti che non avevano retto il peso del dolore. Era un appartamento abitato e tenuto con cura da una persona senza alcuna particolare mania, e dove il senso di pulizia che emanava invece di inquietare ispirava una certa serenità e piacere di vivere rimasto intatto nonostante il passare degli anni. Non che Rosa non soffrisse per la perdita, o non avesse passato nottate di disperazione, ma aveva sempre avuto coscienza che queste sarebbero prima o poi finite, e lei sarebbe tornata a vivere.
Tutto era razionale, lineare, semplice. Ma tutto era finito ora che non riusciva davvero a capacitarsi di quello che era successo. Si svegliava chiedendosi se qualcosa che avesse fatto lo avesse fatto fuggire, se magari l’ultimo pranzo non era stato di suo gradimento, o se quella sera tornando stanca dal lavoro non era stata sufficientemente affettuosa. Aveva istinti di rabbia verso quel cane, voleva chiamare qualche sua amica e sfogarsi, ma ogni volta si fermava. Non poteva farlo, non si era sfogata con nessuna quando era morto il marito, e dichiarare di stare male per una cosa del genere era troppo da far accettare anche alle persone a lei più care. Chi poteva capire? Chi poteva capirla? Lei, amante del dialogo, dell’intelligenza, della bellezza, aveva dato da mangiare ad un pastore tedesco trovato davanti al suo giardino. Una sera, la sera successiva, per una settimana. Poi l’aveva accarezzato. Coccolato. Portato dal veterinario, ed infine, fatto entrare in casa, e alla fine era diventata una presenza silenziosa e fedele. Per lei era un’abitudine, più che un cane domestico a cui voler bene, non gli aveva neanche dato un nome. Gli dava da mangiare, lo faceva sedere ai suoi piedi mentre leggeva o scriveva la sera. Furono gli ultimi ricordi felici sul suo letto di morte.


P.S. Mi dispiace non riuscire più a scrivere sul blog, ma sono troppo impegnato a fare con consapevolezza e precisione scientifica scelte che mi rendono infelice.

mercoledì, dicembre 31, 2008

La maestra una volta mi insegnava che non si possono sommare due mele e due pere

Mi spiegate che senso ha confrontare Vasco Brondi con Giusy Ferreri?

Comunque last.fm sostiene che la canzone più ascoltata da me nel 2008 è questo piccolo quadretto della musica italiana alla fine degli anni '80